27.09.2007
Noi ciclisti d’assalto che svettiamo in mezzo al traffico
Alberto in Altro | 24 commenti
La “cocaina urbanistica” che serve a sopoprtare la vita sono cinema, teatri, mostre, bar e locali. Non devono esserci zone protette o pedonalizzate né percorsi tutelati. Nessuno spazio per passeggiate, perché non è prevista la meditazione.
Le piste ciclabili dovrebbero essere abolite. Berlino è uno scandalo, è piena di piste ciclabili. D’altronde è anche piena di parchi. Per forza: una volta i berlinesi non potevano uscire facilmente dalla loro città, erano circondati dai comunisti, così le vacanze se le facevano nel parco. Una mattina d’estate mettevano la tenda da campeggio nel bagagliaio dell’automobile, partivano per le ferie, il viaggio durava dieci minuti. Arrivati nel parco, in pieno centro cittadino, scendevano dalla macchina, montavano la tenda, stavano lì in campeggio due settimane, in mezzo agli alberi, a dieci minuti da casa. Ridicolo.
Una città deve contenere soltanto il lavoro, non c’è posto per le ferie. I parchi danno l’illusione che le città siano a misura d’uomo. Sbagliato. Le città non devono far finta di essere a misura d’uomo. Se una città è una città, non è a misura d’uomo, mai.
Le città devono far sentire l’uomo inadatto, fuori formato. l’essere umano è un intralcio urbano. In città deve arrancare, sempre. Se uno è un vero cittadino, deve arrancare.
Le città devono essere piene di divertimenti, cinema, teatri, mostre, bar, locali, perché queste cose sono come cocaina urbanistica, sono sostanze per sopportare la vita cittadina. Milano su questo non finge, a parte Parco Sempione. Milano è piena di cinema teatri gallerie locali discoteche, è piena di farmaci per sopportare Milano.
Milano ha pochissime piste ciclabili. E’ una città onesta, dice la verità su come stanno le cose. Le piste ciclabili sono una presa per il culo. Se una città è una città, non devono esserci zone protette, strade sicure, percorsi tutelati, zone pedonalizzate. Non c’è spazio per la passeggiata, non è prevista la meditazione. Milano non ha marciapiedi sgombri, in nessun posto della città potrai fare una passeggiata più lunga di cento metri.
Le città emiliane hanno i portici, le strade fanno un passo indietro per lasciarti passare, a Bologna i piani-terra delle case retrocedono, dientrano in sé stessi per ceder il passo ai pedoni. Sbagliato, sbagliato! Quelle non sono città.
I ciclisti pretendono strade tutte per loro, protestano contro il traffico, fanno quelle penose biciclettate ogni settimana, il giovedì sera, a centinaia, partono da Piazza Duomo, tutti intruppati, in gruppo, a passo lento, per bloccare il traffico costringono le automohbili ad andare alla loro velocità da passeggio. Massa critica, la chiamano. Se un automobilista si spazientisce e suona il clacson, loro scendono dal sellino e picchiano sul tettuccio, sul parabrezza, gli fanno le boccacce.
Noi no.
Noi ci gettiamo nella mischia. Noi facciamo le gare in mezzo al traffico. Siamo parte del traffico. Lo peggioriamo. Lo esaltiamo. Passiamo col rosso. CI lanciamo a tutta velocità dentro la baraonda, perché non c’è altro che la baraonda, a questo mondo, non c’è altro mondo al di fuori della città. Il resto è idillio, favola, finzione. Il resto è una bugia per bambini, per adulti spaventati.
Noi non facciamo finta che esista qualcosa oltre i margini del caos, il caos è tutto e i confini del mondo coincidono con i confini del caos. Noi non pretendiamo nessun privilegio, non ci raccontiamo la fiaba di una città vivibile, una pista ciclabile, un sentiero percorribile, un’aria respirabile, una vita contrattabile.
Noi siamo sempre in tensione. La nostra pedivella è fissa, agganciata alla catena, gira sempre, le nostre gambe mulinano senza fermarsi mai, perché non accettiamo il ripopso, la stasi. Noi non ci lasciamo andare. Gli altri ciclisti smettono di pedalare e si lasciano scorrere sull’abbrivio, seduti sulle loro bici come su comodi sgabelli a ruote. Rimangono immobili, in sella alla bicicletta che continua ad andare avanti, sfruttando l’inerzia del moto. Pensano ai fatti loro, si deliziano, si incantano. Si lasciano portare dalla bici come da un attrezzo porta-pensieri, un passeggino scorrazza-testa. Portano in giro pensieri di paesaggio, si guardano intorno, sorridono, fanno fare una passeggiata al paesaggio stesso, inscatolato dentro la loro visione, come dentro il cestello portabagagli. La loro testa fra le nuvole fende l’atmosfera. Ma non c’è atmosfera, da nessuna parte, qui in basso, a quota zero di altitudine. Ci sono i gas, le polveri sottili, l’ossido di carbonio, e una testa fra le polveri sottili ha tutt’altri pensieri di una testa fra le nuvole.
Noi facciamo le gare in bicicletta nel cuore della città, in mezzo alle automobili, nei passaggi pedonali, ma anche in viale Papiniano quando c’è il mercato, sotto la Galleria Vittorio Emanuele, sul pavimento tirato a lucido. Ci diamo appuntamento e via. Nessuna regola. Ci agganciamo agli autobus, acceleriamo approfittando di un’auto in corsa, ci prendiamo la precedenza agli incroci a nostro pericolo. Noi ci mettiamo a repentaglio. Noi non ci facciamo tutte quelle illusioni ecologiste. La bici fa parte della città, non è meno città di tutto il resto, fa parte del caos. In apparenza è un mezzo da sfigati, il più fragile e inerme. Perciò è più eroica di una moto o di un’automobile. Noi sfidiamo le lamiere e i motori con i nostri muscoli e i nostri gracili telai, i muscoli intelaiati alle bici, le bici intelaiate ai muscoli gonfi di sangue ossidato.
Noi siamo la competizione invisibile, onnipresente, noi siamo la città in gara, lanciamo la sfida senza vestirci da corridori, senza indossare la maglietta di nessuna squatra, senza appiccicarsi addosso nessun numero. La gara è in corso e nessuno lo sa, nessuno la vede, perché tutto intorno a noi è gara, la guerra è stata dichiarata in silenzio, tutti contro tuttti, i gladiatori fanno finta di niente, guerrieri in giacca e cravatta escono da una banca per mandare in rovina una ditta, cartelli pubblicitari cannoneggiano iperboli, ragazze si contendono gli sguardi svettando sui tacchi, si fanno lo sgambetto, si falciano, le vetrine si accecano a vicenda da una parte all’altra della strada, tutto intorno a noi è battaglia, tutto è agone e agonia, tutto intorno a noi è città.
di Tiziano Scarpa – segnalato da Matz
da Abitare – settembre 2007
24 commenti su “Noi ciclisti d’assalto che svettiamo in mezzo al traffico”
Ahime’ nelle aree verdi romane ancora spuntano tende, baracche, roulottes sgangherate.
I poveretti, per la verita’, non hanno l’aria dei turisti.
Ci stanno un po’, poi un po’ di can can sulla stampa locale e il comune li sistema (si fa per dire) da un’altra parte.
Questo serve a ricordarci che le sacrosante aree verdi sono un lusso ed un costo: un lusso per chi in un prato verde vede solo uno spazio per la sua fame di un tetto ed un costo perche’ vanno presidiate adeguatamente
Sì è vero. Cemento-asfalto-lamiere la vera triade del vivere urbano. Vecchi-bambini-pedoni-ciclisti-aria-verde-natura-tranquillità-vitalenta-addiritturaisolepedonaliepisteciclabili CHE PRETESE e che costi!
AVe caiofabricius VALE
1) Mi sa che il nuovo sindaco di San Donato Mil.se ha letto la prima parte di Scarpa…. infatti ha deciso di togliere due piste ciclabili ( premiate dalla FIAB !) e i cittadini sandonatesi, sia quelli che pedalano con la testa tra le nuvole che i “fissati” che fanno le velocity, si sono incazzati: Tutti i giovedì (oggi compreso , anche se piove)alle 18.00 Critical Mass al capolinea MM3 di San Donato.
2)su come scrive Tiziano: a me piace… esprime sensazioni vissute e rabbie e paure e orgogli …
Poi , a me va bene qualsiasi cosa: dalla bici coi freni a bacchetta al tandem, dalla MTB alla BMX, l’importante e che ci sia rispetto anche x chi va in bici e che, forse, si tolga qualche macchina dalle strade
“ragazze si contendono gli sguardi svettando sui tacchi”
http://milano.repubblica.it/multimedia/home/1165144/1/19
Basta, vi prego…..fatemi disintossicare!…
E una vergogna…….dovrebbero proibirle certe cose
!!!!!!!
personalmente preferisco una bici d’epoca, arrugginita quanto basta, con vernice smunta e meccanica rumorosa.
in alternativa, una bella dinamo Radius, posta per esempio in bella vista sul comodino sempre pronta a farsi accarezzare.
o, una pedivella vaiolata, aggagiata alla cintura dei pantaloni.
anche una sella brocks…
non c’è niente da fare, il fascino del mucchio di ferro, non ha paragoni.
le tipe come nel link
http://milano.repubblica.it/multimedia/home/1165144/1/6
belle, alte, ben fatte, intelligenti, colte, ricche, profumate… sono solo oggetti di transito inutili.
o no?
il pezzo di scarpa è intrigante, ma un po’paraculo e alla fine scorretto. città a misura d’uomo non vuol dire “non-città”… invece di tante chiacchere osservate il manifesto in giro di “milanoltre” e innamoratevi…
http://www.milanoltre.org/milanoltre/
Bèh, non è che il pezzo di MilanoOltre sia meno paraculo e pretenzioso…
Io credo (e spero..) in ogni caso che il pezzo di Scarpa più che paraculo fosse provocatorio: io non sono contro la città, nè voglio trasformarla in campagna o campeggio. Vorrei solo poterla vivere anzichè subirla di giorno per vederla deserta di notte (in questo senso il quartiere Bicocca voluto dalla Pirelli di Tronchetti Provera è roba da Amnesty International…).
Nella mia vita son stato Street-Skater e Climber, Fissato e Mountain-Biker, e ho sempre provato più fascino verso gli sport più metropolitani. Tant’è che anche ora trovo più affascinante una gara notturna clandestina tra fissati rispetto ad una gara istituzionale su pista…
p.s.: e giocare a calcio su strada e marciapiede è più romantico che farlo in un una distesa d’erba o sula spiaggia. Alla faccia di inglesi e brasiliani…
no no, scusa, era MOOOLTO più bello giocare a pallone sui prati di periferia circondati da palazzoni (almeno fino agli anni ’70) : aveva un inimitabile sapore pasoliniano. mi spiace che oggidì non sia (quasi) più possibile.
Non ho parlato di bellezza, ma di romanticismo e comunque parlavo a livello personale (in ogni caso ci sono molti più libri sulle partitelle tra le strade argentine ed uruguage che non libri su corse sulle spiagge brasiliane. Alla faccia loro e 2!…).
Ovvio che ognuno senta emozioni diverse, a me comunque quelle atmosfere pasoliniane mi mettono tristezza e ribrezzo (ma qui bisognerebbe esondare su discorsi legati a certi piani regolatori e una certa visione romanocentrica…), altro che romanticismo.
In ogni caso intendevo dire che città non è e non deve essere un termine con accezione obbligatoriamente negativa. Tanto per capirci, io a differenza di Cutugno in campagna non andrei a vivere, tutto qua.
tiziano scarpa è sempre un bravo scribacchino. un futurista postmoderno.
mi riferivo alla xilografia: bacio appassionato tra i grattacieli sullo sfondo della città futurista. tutto qui. super daccordo che città non è e non sarà mai portatrice di accezioni negative. solo la deriva conservatrice post moderna degli ultimi anni ha sviluppato questo filone. in questo senso la recente attenzione al tema (per quanto paracula) segna un ritorno di pendolo verso “la città che sale”.
i prati di periferia ci sono sempre, basta andare un po’ più in là. per di più, rispetto agli anni ’60 abbiamo fabbriche e scali ferroviari dismessi, una libidine!
il piu’ bel pensierino che ho letto finora sul “ciclo urbano” ribaltando luoghi comuni e puntualmente autoironico a dispetto dei tanti articoletti sciapi di giornalisti vari.
bravo scarpa, un cognome una garanzia.
“mi riferivo alla xilografia: bacio appassionato tra i grattacieli sullo sfondo della città futurista. tutto qui”
Ah, ok, allora siamo pienamente d’accordo. Io ho una foto ancora migliore scattata durante il festival del Tango alla Boca, con due danzatori di tango che ballano: marciapiede per palco tetrale, come comparse auto sfreccianti e cantiere edile sullo sfondo come scenografia.
Ahora basta, que si no me conmuevo…sigh!
la città del caos
sogno sarajevo 1992-1996, ak-47 che suonano la sveglia ed i cecchini che tirano al luccichio della tua pedivella: questo il lunapark dei miei divertimenti
la mia cocaina urbanistica è l’odore della cordite, le luci dei traccianti, l’insidia delle mine antiuomo
mio caro tiziano scarpa da domani guardarti alle spalle non basterà, riconoscerai il caos nella pentrite di cui sarà carico il telaio della tua bicicletta, il palazzo in cui abiti verrà proiettato nella nuova prospettiva di una fredda metropoli sanguinaria dove i bambini cannoneggianno i cartelloni pubblicitari e le vetrine e le ragazze in fuga riempiono i marciapiedi di altre città vendendosi per uno sguardo
affinchè tutto sia silenzio ed il caos resti unico padrone urbanistico degli uffici, delle banche e degli ipermercati
rovine di citta, monumento dell’inerzia del moto che la tua mano imprime frenetica al tuo organo riproduttivo mentre inconsapevole scrivi sul tuo fogliaccio questa dichiarazione di guerra al caos
il caos
Io la guerra di Jugoslavia l’ho vissuta sulla pelle. Sarebbe bello che aveste le palle per scriver certe cose anche vivendole dal vivo invece che dalla Playstation……
Ma l’unica realtà della città attuale non è forse il fine produttivo e il suo adeguamento ad esso di ogni altra pulsione-istanza-desiderio, ingabbiati nell’esclusiva destinazione economica di ogni spazio (fisico o mentale)?
a questa regola non sembrano sfuggire quei terreni incolti e aree dismesse ai margini del tessuto urbano e che invece aspettano soltanto una banale deroga al piano regolatore che dia una veste legale al loro ri-sfruttamento già previsto e programmato?
se è così, rispetto alla città non ci rimangono altro che le illusioni (solo illusioni… pure illusioni… mere illusioni… ) generate dalle tante specie di “cocaina urbana”. illusioni in qualche modo consolatorie di coscienze ormai compresse nell’unica scelta obbligata rimasta: adeguarsi per non essere soppressi. esattamente quel che ci succede quando, in sella alle nostre bici ci immergiamo nella corrente del traffico. E ogni altro essere vivente non è che un ombra dietro un parabrezza, piegata su un manubrio, ferma al palo di un semaforo o riflessa da una vetrina.
“Ma l’unica realtà della città attuale non è forse il fine produttivo e il suo adeguamento ad esso di ogni altra pulsione-istanza-desiderio, ingabbiati nell’esclusiva destinazione economica di ogni spazio (fisico o mentale)?
se è così, rispetto alla città non ci rimangono altro che le illusioni (solo illusioni… pure illusioni… mere illusioni… ) generate dalle tante specie di “cocaina urbana”. illusioni in qualche modo consolatorie di coscienze ormai compresse nell’unica scelta obbligata rimasta: adeguarsi per non essere soppressi”
Siamo stati sconfitti ma ciò non significa che smetteremo di combattere. (Capitan Harlock)
“Ma l’unica realtà della città attuale non è forse il fine produttivo e il suo adeguamento ad esso di ogni altra pulsione-istanza-desiderio”. ??? siamo così sicuri? milano sta perdendo migliaia di abitanti ed ettari di cintura industriale e non ci saranno mai abbastanza centri commerciali e “non luoghi” – a noi così cari – che potranno rimpiazzarli! piante esotiche e specie animali estinte stanno ripopolando le periferie e stringono in una morsa il centro storico, che svuotato di ogni funzione produttiva (per non dire ri-produttiva (solo omo a montenapo)) si inabissa come il titanic nella falda acquifera, ormai a livello delle prime cantine. scarpa – come gli scrittici da talk show – ancora una volta è arrivato tardi. ma arrivò. la garanzia è nel nome, calli sull’acqua, che sanno come galleggiare dal 7 ottobre a Epaktos..
bello questo scritto. buona letteratura e provocante. senza essere un piangina lamentoso.
mi sono piaciuto visto in questo racconto.
Non c’è un sito dove avere qualche informazione sui percorsi e indicazioni sui prezzi?
p.s.: sbaglio o c’è una discrepanza tra cognome e indirizzo e-mail?!…
In merito alla ciclabilità e al desiderio di riappropiarsi della vita cittadina, vi invito a leggere il mio post:
http://stefanoscargetta.blogspot.com/2007/10/il-traffico-non-perdona-anche-new-york.html
ho letto l’articolo , e me pare con tutto il rispetto na strunzata per chi soffre di manie di perscuzione.